SELFIE E UNSELFIE

 

 

Occhi di tenebra, occhi di miele, occhi di falco e un milione di piedi;
in acque cristalline, sui tavolini, su verdi timidi tappeti o smalti psichedelici
e un’infinita girandola espressiva di espressioni finite e stereotipate:

dalle stolte e superbe aule dei re e dei loro scimmiotti, i potenti (Alfieri),
o al silenzio ai piccoli accademici, agli scimmiotti ammaestrati (Carducci);

sono l’esercito dei “SELFISTI” che non scivolano sulle onde dell’oceano ma scattano selfie di sopracciglia e chiome al vento scolpite (helfie), di banali altri tatuaggi, dei cuori per le dita e di dita di cuore, di mille piedi intrecciati di cenerentole urbane e sconfitte (footies), di sederi di gelatina e perizomi affogati (belfie), di tazze, libri o piatti di contorno o di spessore (selfie/book/food), d’erotismo di plastica, cianotico solo (sexselfie/after-sexselife), di pigli e cipigli di scimmie (suglie), acciambellati umani con cani e gatti umani (Pelfie; ma il re è il gatto) o arrancati e spompati da corse al parco di corpi scolpiti (welfie) i selfisti scivolano in ogni qui: pose e scorci (set) sui terrazzi, nei bagni, in metro, tra le lenzuola o a sdoganare le quinte prostitute e turistiche della torre Eiffel, della torre di Pisa, dei presidenti del Rushmore, del Cristo Redentore sul Corcovado… Calpestati da milioni di piedi e milioni di selfie.

Ma occhi ingenui, sorrisi e “V” di vittoria (…) non si placano in parole di narcisismo, in sorrisi indulgenti, in commenti superficiali, beffe e dileggi; scivolano e si appiccicano in una vetrina (tutti siamo vetrina in una vetrina globale) dove l’anima è l’immagine e narra chi siamo e come siam fatti.

L’immagine è la sola realtà, onnipresente ma solo quella simulata o rappresentata, PRESENTE, democratica e mediatica (social).

Complice è la facile fotografia del volgo (la tecnologia ha solo allargato in toto al mondo l’impulso, sempre esistito, prima per pochi, di primeggiare, di far brillare la propria immagine pubblicamente, coi ritrattisti nei salotti borghesi ad esempio, che sfocia virale nella società urbana di massa, l’asseconda e l’appaga) che fomenta un dialogo fisico, convulso ed effimero con il corpo in una relazione intima, masturbatoria, esperenziale (il verbo è emozionare) e vitale per riconoscersi ed affermarsi; nutrire l’autostima e far vivere, “rivivere”, valorizzare la propria identità: SELFIE DUNQUE SONO.

Moderna, primizia, è l’idea di farsi BRAND (ma “Personal Branding” intenzionalmente o meno lo siamo tutti ogni volta che si comunica, si agisce e si pubblica su un social network), nel consumo al consumo e per il consumo; siamo selfie, spettacoli esibiti. E la fame implacabile di affermazione, di comunicare necessita di un teatro e di un pubblico, di un’ arena mediatica sociale e di occhi vispi-spenti che scrutano la rete indelebile-delebile dove i selfie galleggiano (subito alla deriva; tutti ci si spintona ché è difficile farsi notare e nulla s’inventa dove tutto è connesso, connessione, economia dei like, incasellati, in categorie/hashtag) e si urtano in relazioni sociali fragili e illusorie nella realtà virtuale e a credere, davvero, che questa conti.

 

(BAREFOOT SELFIE. | Poster | Mixed media | Milioni di ciabatte infradito che si inanellano nella nuova frontiera della chirurgia estetica; la sindrome di Cenerentola. Altri si limitano al feticismo delle scarpe o, i più arditi, i contorsionisti, a scattare selfie, letterale, coi piedi.)

 

Il selfie è il documento; è il racconto di sé (diario, visivo, urbano) che cattura tutte le maschere comuni e copiate (lo stile è il paradigma concettuale ed estetico, cromatico e formale, del medium) che giocano in noi e siamo già lontani dall’isola di Narciso, siamo in alto mare, isole deserte, in un mare frammentato e individualistico con la mera ossessione di come si è percepiti dagli altri (iper-sociali, iper-connessi e angosciati della percezione degli altri dove tutti siamo unici e così comuni).

Si gioca una battaglia atavica; si gioca con l’idea effimera della vita; il selfie-monumentum (ricordo) per strappare un frammento al fluire della vita (un soffio) e fronteggiare l’idea della morte a imperitura memoria di sé; un istinto di sopravvivenza: io, io, io.

E a irridere la morte spiccano anche storie di morti da selfie (selficides) o di gravi incidenti; incidenti di chi è impegnato, distratto in scatti pericolosi, in luoghi pericolosi. L’attenzione è totalmente risucchiata da rendere il mondo intorno cieco senza la cognizione del pericolo (l’attenzione selettiva sbadata, innocua e blanda, è anche negli occhi incollati degli zombie agli smartphone per strada). Ma alcuni vanno a caccia di pericoli (sport estremi), si tuffano nei rischi spinti dalla società sempre più competitiva che affama il bisogno di auto-affermazione e in un mondo sempre più aggressivo (un consumo e industria di emozioni e di felicità), dove tutto è stato già fatto e tutti fanno tutto, ci si spinge sempre più agli estremi e il traguardo, la vittoria estrema, deve essere documentata, immortalata in selfie estremi, altrimenti, oggi, nulla succede e nulla succede nei social media, primo motore di incoraggiamento.

 

(STOP. NO SELFIE ZONE. | Poster | Mixed media)

 

I confini dei selfie sono le cose dell’uomo, tutte, dove lo smartphone, terzo braccio/occhio, registra e rimbalza nello stupore (…) di uno scrollo che freme e svanisce. Il selfie è uno specchio, lo specchio dell’uomo.

Dal sublime al sordido i selfie sono mantelli che avvolgono tutto, si aprono e mostrano tinte scure, macabre e morbose nelle presenze sottili in luoghi dolorosi o eventi tragici (le scene dei crimini, i campi di concentramento, ai funerali…) che meriterebbero presenza vera e silenzio, rispetto e non un selfie da condividere. E scendendo più giù, in fondo, sono testimoni di bullismo, di atti atroci, violenze e stupri… Ché tutto si documenta, si vive in un selfie.

Gli individui sono selfie, gli individui sono vivi e la materia è vivissima; quel che tento di raccontare oggi, domani, approda in nuove terre da scoprire, conquistare e saccheggiare, in nuove declinazioni, ridicole e avventurose, di pianto e di risa, affascinanti e insignificanti ma sempre noi; siamo selfie e saremo selfie ancora per molto in attesa di tuffarci nell’invenzione di nuovi vestiti e nuovi balletti (realtà aumentata o batte la pesca) antichi quanto il mondo.

Ed io?
Gioco pure;
sono un bambino
con l’indulgenza di un narciso,
gioco qui e sorrido,
in un “unselfie”;
il selfie-shadow.

Magari lancio una nuova declinazione sempre che non sia già partita, o già nata ed abusata, magari in Giappone, e domani qui, sotto casa, nello schermo che scrollo, di noia, in un batter di ciglia dai media che comandano tutto pervasivamente ma di cui noi siamo tutti gli autori.

 

(SHALFIE/SELF-PORTRAIT | Potograph and digital collage | 100 x 35 cm)

(Selfie Shadow – SHALFIE/USSIE | Potograph Polaroid)

 

(Selfie-Baby. Your baby takes first selfie? It’s never too late for a selfie but sometimes it’s too early | Illustration | 20 x 26 cm)