La neve è nera

 

 

Neve. La neve vergine e senile stizzosa, fradicia e nera, bianca e fine; fine farine di pollici e di guance, ciglia di conca rotonda piena, di vuoto e di vuoto piena, di bianco, e di nero. Neve.

E l’occhio prende di tutto il contrappeso. Nel bianco tormento – assillo accecante – l’orrido estatico, neve, balugina torbido; neve.

 

 

Cammino feccioso, sono il vino scuro e feccioso, rubino, in un cammino feccioso e, più cammino più il panno appanno è feccioso. Rubino.

E imo, ancora cammino e profonda – facile – è l’ambiguità, cangia, equivoco taglio d’abisso, vertigine; l’iride del mondo tormenta un limo profondo, fonda è la via.
Cammino sempre ché la vastità, immensa suscettibile, è immisurabile e più mi allontano e più mi avvicino, tutto ignoro, cammino torbido e cercandoti appare contemplarti limpido.

La nuova terra. Il feccioso abbonisce sporco il limpido.

 

 

Fango. La forma illimitata è un’ombra, denuncia il fango che impregnato d’acqua si scioglie e torbido poi si compatta secco in un’ombra di forma. La forma secca si indurisce e si spacca, al calcinarsi dal sole richiama il crescere d’acqua nutrice e la terra è il grembo. Al mescolarsi potente insiste il tutto, multiforme, unica cosa.

Nel fango informe e morbido si plasma la forma e nel fango si cerca la forma; qui tutto comincia e nulla finisce.

 

 

Conosco profondo – tutto – la polpa e l’anima d’unghia lucente e contemplo girando le dita di luna d’una aggressività ferina e lucente, di latte munto caldo.

Conosco profondo – tutto – tutto profondo ignoro. Facile nel pieno trovarti, facile trovarti – dimenticare – ma contemplare è clastico, callido vuoto, sedimento d’unghia tonda raggiante, raggiera nel fondo che aggiunge falci al pieno mai finito, finito al vuoto che è pieno. Arde subito rovente spegnersi.

E nel pieno feccioso, nella feccia dei piedi, sprofondo e ti tocco sublime, tutt’affatto invischiato, esiliato, trovato.

 

 

Detriti. E i detriti raschiati, frantumati, disgregati, depositati e adattati; la coscienza. I detriti, accumuli della coscienza sfatta, sfitta, fitta, è cancrena ché ascoltare il nitido è scivolare cosciente nel feccioso, di più, feccioso; più feccioso e limpido.

Le pupille sono dive e dissolute, il divo assoluto ascolta pieno il suo vuoto, gira pieno nel vuoto e non ascolta il senso dell’insieme. Detriti.

 

 

La neve è bianca.

 

 

Due persone, una bianca e una nera.

La bianca sogna la nera e la nera se ne frega, spavalda e nera, acceca la bianca.

La bianca ha l’anima nera e la nera ha l’anima bianca.

Nel fango di invidia la bianca affonda la nera.

La bianca precipita nella nera. Il fango della nera la inghiotte.

La bianca vince il destino della nera.

La bianca s’è fatta nera e ora nera si grida bianca e nessuno le crede. 

 

 

Al margine


Siffatta beltà è un impasto
foga di fango, di folla, di facce
Crepate emerse. Soffocate.
Strette d’istinto, di gomiti di vita.

Schiacciate e sommerse. Ammassate
Inghiottite e traboccanti in superficie.
Trafugate scarti di memoria scarta.

I segni sono antichi:
l’alfabeto di denti
La grammatica di bocche
Catini colmi d’occhi nati
E cavallette, nere vallette di nasi.

E così fatto
è nuova beltà
Esplosa e giovane
si guasta
Marcisce e matura
si ricrea.

Accantona e accattona
Che a dirla si perde
Vivi dei segni dei sogni
A replicarli sono sgorbi.

Strilla beltà
Eterno inciso
Eco ripetuto
Intimo segno
Non si replica,
il fango si disfa
e non si lavora.

L’occhio si appiglia
di spesa beltà e,
affondi le dita,
tiri su fango;
si fa mucchio, pesto
e di peso s’affloscia 
stanco s’impasta
E bava di crema
beve di bocca
e saturo vomita.

E così fatto
steso eroso
spiana lo scuro
livello di chiaro
piega il pensiero
Si spiega la gobba
e imbandita la piaga
si ingolla; palla la pancia.

E così fatto